Ambiente, una legge che è solo una resa

 Articolo pubblicato su “Europaquotidiano” il 6 Giugno 2013

L’articolo di Salvatore Settis “La strana alleanza in salsa verde” (La Repubblica, 1 giugno) e i successivi commenti di Ilaria Borletti Buitoni, Andrea Carandini, Paolo Maddalena ed Ermete Realacci (La Repubblica, 4 giugno) hanno portato alla ribalta la proposta di legge presentata alla camera su “Norme per il contenimento dell’uso del suolo e la rigenerazione urbana” e con essa la questione del governo del territorio nel nostro paese.

Devo dire che leggendo la relazione illustrativa al testo ho tratto la netta – e spiacevole – sensazione che i nodi di fondo di quella questione non siano stati neppure sfiorati. Infatti si argomenta a lungo e correttamente per

mettere in evidenza i guasti prodotti sull’ambiente e sul paesaggio dall’uso indiscriminato del suolo, richiamando anche studi e valutazioni effettuati in sede europea. Ma nulla si dice sulle cause che hanno prodotto quegli aberranti fenomeni, vale a dire la perversa congiunzione di interessi tra rendita fondiaria, speculazione edilizia e finanza che ha sempre condizionato le scelte urbanistiche nel nostro paese, e sulla scorta di quelle scelte ha governato le trasformazioni delle città e dei territori.

L’espansione urbana senza limiti e senza ragioni, la crescita e il degrado di immense periferie urbane, l’inquinamento dell’aria e delle acque, la sottrazione di suolo agricolo, l’abusivismo di ogni tipo, il decadimento di interi ecosistemi, le devastazione prodotte dal traffico, la perdita della forma urbis, le alterazioni del paesaggio, sono tutte conseguenze dirette di quel modo di governare città e territori. Di fronte a tutto ciò che cosa fa la proposta di legge di cui stiamo discutendo? Dà per scontato che è questa la situazione, che questo è il modo in cui si fa urbanistica nel nostro paese, che i vari strumenti inventati in questi anni per rendere questo modo sempre più incisivo – perequazioni, compensazioni, diritti edificatori e simili – sono inevitabili e che di tutto questo non possiamo che prendere atto provando a limitare i danni.

Da questa resa incondizionata discendono le varie proposte contenute nell’articolato, basate sul criterio-guida che tutto è monetizzabile.

Siccome non possiamo evitare di subire la «perdita di valore ecologico, ambientale e paesaggistico» del territorio, vogliamo che questa perdita sia remunerata: pagando tre volte gli oneri di urbanizzazione e costruzione, se si tratta di aree naturalistiche; due volte se si tratta di aree agricole; nulla se si tratta di aree edificate (dando per scontato che non hanno alcun valore). Per di più il contributo può essere sostituito con “cessioni compensative” di aree ubicate altrove, che i Comuni dovrebbero poi naturalizzare a loro spese.

Potrei facilmente continuare nel commentare i vari articoli della proposta – alcuni francamente insopportabili – ma devo dire che l’interesse a farlo è molto scarso perché vedo che, ancora una volta, viene completamente eluso il tema di fondo: restituire all’urbanistica la sua dimensione etica e la sua appartenenza pubblica, ovvero i suoi caratteri originari quelli di cui la politica e la cultura italiana sembrano aver perso del tutto la memoria.

Solo ritrovando quella memoria e costruendo a partire da lì sistemi di valori conformati alla realtà attuale sarà possibile affrontare seriamente la questione dei danni ecologici, ambientali e paesaggistici prodotti dal consumo di suolo. Al di fuori di questo percorso non ci sono che tentativi, magari generosi ma del tutto inutili, di contrastare ciò che è incontrastabile

Alessandro Bianchi

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