Sviluppo Sostenibile e Archeologia Industriale: storia di un falso storico di successo.

Ovvero: chi ha il pane non ha i denti, e viceversa.

“Il progresso sarebbe meraviglioso, se solo volesse fermarsi.”
(Robert Musil)

di Peppo Ruggieri, apparso sul mensile “Bisceglie in Diretta” di dicembre 20132-esterno

Pensare per noi di BVE ad un evento speciale per la “Settimana Unesco dello Sviluppo Sostenibile” (16-24 novembre) è stato fin troppo facile. La storia della nostra associazione (da leggere qui: www.bisceglievex.it/attivita) parla fin troppo chiaro e quanto continuiamo a fare, a volte scontentando qualcuno, è esattamente riassumibile in questo senso: pensare ad un altro modo di “fare sviluppo”.
Ed è stato nel cuore della settimana e degli eventi promossi insieme al Club UNESCO e al CEA-Zona Effe, il 21 novembre, che abbiamo organizzato un incontro pubblico con a tema l’archeologia industriale, con uno dei massimi esperti del Mezzogiorno d’Italia: il prof. arch. Antonio Monte. Il suo invito a Bisceglie a relazionare sul suo lavoro ha avuto un preciso significato: dare una risposta, il più oggettiva possibile, a chi da sempre ci ha accusati di fare estremismo e professare il congelamento del territorio, di essere nemici dell’economia e del lavoro.

L’intera serata sarà caricata in questi giorni sul canale Youtube di “Bisceglie Vecchia Extramoenia”. Ad inizio e chiusura dell’incontro, troverete, rispettivamente, l’intervento dell’architetto ed ingegnere Alessandro Prospero, che ha presentato tre casi di archeologia industriale a Bisceglie (il seicentesco palmento di Villa Consiglio, lo stabilimento vinicolo Marstaller Hausmann, il frantoio ipogeo di via Volta) e l’esperienza del dott. Ferdinando Di Cesare, svoltasi all’interno di alcuni esempi di archeologia industriale rifunzionalizzati.


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Nel mezzo, la relazione dell’arch. Monte, che ha spiegato la relazione e l’evoluzione tra paesaggio rurale e architettura industriale dell’olio, del vino, dell’alcool, del grano, della bauxite, della pietra, con una panoramica sul fenomeno dei fari, presentando numerosi suoi lavori di recupero e testimoniando così una esistente tradizione di “sviluppo sostenibile” per queste realtà.

Durante la giornata, il nostro ospite ha visitato un ipogeo scoperto da poco nell’agro (“non sembra un frantoio”, la sua valutazione) e il palmento della tenuta Consiglio, che ha descritto come “importante” ai fini della sua attività di ricerca presso l’IBAM-CNR di Lecce. Ma è quello che ci ha detto durante il pranzo, ospiti della cordialissima signora Maria Consiglio, che ci ha colpiti maggiormente. Antonio Monte ci ha raccontato di come a San Secondo Parmense (PR) “in mezzo alle pannocchie, è stato creato uno dei quattro più grandi Musei dell’Olio d’Italia” (www.museorsicoppini.it). Gli altri tre sono a Torgiano (PG), Bardolino (VR) e Onelia (IM).
L’arch. Monte, tra il 2008 e il 2009, ne ha curato la consulenza scientifica per:
•    redazione di testi e selezione di immagini (iconografiche e fotografiche) per illustrare il fenomeno dell’olivicoltura e la produzione dell’olio;
•    ricostruzione di alcuni vecchi ordigni oleari (pressa a leva e torchio a una vite del tipo “alla genovese”);
•    illustrazione dei cicli produttivi storici;
•    recupero e restauro conservativo di alcune macchine (torchio in ferro; frantoio a due macelli con gramola – dosatore; torchio o pressa idraulica; torchio o pressa idraulica a quattro colonne; pompa idraulica; separatore centrifugo);    •    sistemazione di macchine olearie per illustrare l’evoluzione tecnologica del macchinario sia animato che inanimato.

 

8-internoI signori Coppini hanno recuperato i numerosi pezzi del loro museo in giro per l’Italia, da frantoi dismessi e salvandoli da un triste destino. Infatti lì, “in mezzo alle pannocchie”, non si produce una sola goccia d’olio, ed è viaggiando giù per lo stivale che hanno preso contatti per l’import dell’olio e spunti per la loro idea, che l’arch. Monte nel complesso giudica positiva, pur essendosi subito fermato di fronte ad eccessi di entusiasmo: “Durante la visita dei signori Coppini nella mia provincia, mostrai loro anche i frantoi ipogei da me musealizzati di Vernole e Martano. Pochi giorno dopo, ebbi una telefonata incredibile. Francesco Coppini, figlio del patron, mi chiama per dirmi: “mio padre vuole un frantoio”. Dopo aver chiarito cosa intendesse esattamente, la mia etica professionale mi ha imposto di rifiutarmi”. Normale, per chi ci racconta di porsi il problema di non creare falsi storici ogni volta che, per fini didattici, progetta la ricostruzione anche solo di una vite di un torchio.

Ancora più incredibile, per un Sud che fa dell’evasione fiscale la propria (apparente) fortuna, il recupero delle risorse economiche: l’intero progetto, costato circa due milioni di euro, è stato possibile grazie al meccanismo fiscale di detrazione dalle tasse degli interventi spesi per migliorare l’azienda.

Le deduzioni che scaturiscono alla fine di questo racconto sono scontate. A noi viene in mente che è paradossale che laddove non esista un solo albero d’oliva originario, si sia creato un centro di diffusione della cultura dell’Olio. A noi pare evidente la differenza di cultura e sensibilità tra chi vediamo lottare e ricorrere al TAR per demolire un frantoio ipogeo e chi, con la spontaneità di un bambino, ne vorrebbe costruire uno laddove non ne sarebbero mai potuti esistere. Noi troviamo umiliante sapere che il Museo dell’Olio realizzato invece ad Onelia è degli imprenditori Carli, legati commercialmente al frantoio biscegliese Caprioli, che spedisce loro da oltre trent’anni fiumi di olio nostrano ma imbottigliato con il proprio marchio. Ed infine ci chiediamo come fare a far comprendere a cittadini, politici, amministratori ed imprenditori, che il successo personale non può prescindere dal rispetto del territorio, della storia e della cultura locale, elementi dai quali il conto corrente personale non è avulso.

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