Via Lama di Macina: ultimo requiem per la campagna biscegliese

Quello che rimane dei secolari muretti a secco una volta disposti lungo via Lama di macina

Quello che rimane dei secolari muretti a secco una volta disposti lungo via Lama di macina

Passeggiando per via Lama di Macina si ha la netta sensazione di imboccare una strada che conduce verso il nulla. Lo sventramento dei secolari muretti a secco e l’espianto degli ulivi sono già conclusi. Il sole riflette sulla ghiaia che presto verrà ricoperta da un manto di asfalto, trasformando un’altra porzione di campagna nell’ennesima, triste bugia. Montagne di pietre tritate sono accatastate lungo il nuovo tracciato, in attesa di essere depositate in qualche anonima discarica. Nella foga di cantierizzare questa opera, si è  pensato bene di fare tabula rasa della storia della nostra civiltà. A breve, quest’area potrebbe affollarsi di grandi capannoni industriali. Uno spazio geometrico, quasi metafisico, su cui affioreranno tanti tristi feretri di cui negli anni si è riempita la nostra Penisola; il gesto tronfio ed autocelebrativo di una classe dirigente che si affanna ad inseguire l’illusione di uno sviluppo di cui non si ha più cognizione, tra le ovazioni di una cittadinanza distratta e supina verso scelte che avranno presto conseguenze e non saranno probabilmente quello che ci si aspetta.

Mentre al di qua si consuma l’ultimo “paesaggicidio”, al di là si stanno creando tutte le condizioni per commetterne un

un tanti trulli in muratura a secco che lambisce la "nuova" via Lama di Macina. Presto dovranno far posto ai capannoni industriali

Uno dei tanti trulli in muratura a secco che lambisce la “nuova” via Lama di Macina. Presto dovranno far posto ai capannoni industriali

altro. Questa volta la parola magica è “sviluppo turistico”, l’altra faccia della medaglia senza più valore che i pasdaran della crescita amano propinare ad un’opinione pubblica bulimica. Altre cubature, altro cemento, in un luogo già stuprato da un intervento di recupero che, se non fosse stato regolarmente autorizzato, avremmo potuto definire “criminale”. Il Casale San Nicola, splendido esempio di struttura preurbana, datato XI secolo, a metà strada tra una fortezza ed un casolare di campagna, è oggi una specie di set cinematografico, con statue equestri posticce, sovrastrutture in pietra nuova e sventramenti degni della reggia di un divo hollywoodiano, solo che questa non è Palm Beach, ma la campagna pugliese o, meglio, lo sarà forse ancora per poco. La “Casale San Nicola s.r.l. ha depositato presso gli uffici del comune di Bisceglie un istanza volta ad ottenere l’approvazione della variante al PRG e successivo rilascio del P.d.C. per la realizzazione di strutture da destinare ad attività turistica alberghiera annessa ad un manufatto di valenza storico-turistico Casale San Nicola“. Un cambio di destinazione d’uso che, se autorizzato, si configurerebbe come un vero e proprio cavallo di Troia a vantaggio dell’esercito degli apologeti del cemento o, se volete, l’ultimo requiem per un altro pezzo di campagna biscegliese condannata ad affogare nel calcestruzzo. E si, perché quest’area, che nel vigente Piano Regolatore è tipizzata come “agricola”, potrebbe diventare presto “produttiva”, in base agli orientamenti palesati nel documento di programmazione preliminare al futuro Piano Urbanistico Generale, di cui si discute dal 2006. Un sogno megalomane della prima Giunta Spina, che prevede il raddoppio della superficie destinata allo sviluppo industriale, rispetto alle disposizioni del vigente PRG, datato 1977. Una forzatura inaudita, che puzza di speculazione e che appare ancor più sconclusionata, passeggiando tra i capannoni vuoti ed i vialoni cadenti della famigerata zona ASI di Molfetta, localizzata a qualche centinaia di metri dalla “nostra” futura area produttiva.

Il lento stillicidio a cui è sottoposto il nostro territorio non appare in tutta la sua reale e grave portata: prima una strada, poi un albergo e, in men che non si dica, ci ritroveremo presto sommersi da capannoni vacanti, a tutto vantaggio di chi sarà riuscito, con un colpo di penna, a decuplicare il valore catastale delle sue proprietà. E appare quasi anacronistico, ancorché conforme alle disposizioni di legge, l’intervento del Comune che ha intimato la ditta Mastrototaro Food di demolire, tra le altre cose, anche la pregevole staccionata che lambisce la Statale 16, delimitandone la proprietà agricola, all’altezza del Ponte Giannetto. La colpa è quella di aver violato le disposizioni presenti nel PUTT/P (il vecchio piano paesaggistico della Regione Puglia), con alcuni interventi tra cui la riduzione dell’alveo e modifica dei margini del canale di deflusso delle acque “Lama di Macina”; se non fosse tutto vero, penseremmo ad una mediocre barzelletta.
Dunque, ricapitolando, il Comune interviene con sorprendente solerzia, intimando il ripristino ambientale di un area interessata ad interventi non conformi ai vincoli del vecchio piano paesaggistico, con il fine di preservare gli equilibri idrogeolgici dell’area, e nel contempo investe milioni di euro di risorse pubbliche per avviare interventi di urbanizzazione primaria, funzionali all’espansione dell’area industriale che insiste proprio su quella Lama di Macina che si vorrebbe tutelare sotto il profilo idrogeologico. Senza sarcasmo, potremmo parlare certamente di schizofrenia delle politiche di tutela del territorio, che parrebbero più strizzare l’occhio ad interessi economici di tipo speculativo, che avviate ad una coerente e lungimirante gestione dello stesso territorio.

Il degrado della zona industriale di Molfetta dovrebbe rappresentare un monito per i biscegliesi. Centinaia di ettari di terreno fertile hanno lasciato il posto a un’immensa e cadente distesa di asfalto e cemento, il frutto avvelenato che il Senatore Azzollini (oggi indagato per gli interventi compiuti al porto di Molfetta) ha donato alla sua città ormai in dissesto; un modello di crescita che appare fallimentare perché basato sull’incremento esponenziale dei costi di gestione delle infrastrutture, concepite senza una visione a lungo termine e, quindi, destinate a diventare insostenibili per i bilanci del Comune. Se il modello dovesse replicarsi anche da noi, presto potremmo dovercene sentire tutti responsabili, e non sarà una bella sensazione.

Davide Di Tullio

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